ONYRICON - Bart Herremann


Erik Johansson “Io non catturo momenti. Catturo idee”

In quest’epoca di photoshop, usato per camuffare e stravolgere la verità sostanziale e visiva con l’imbarbarimento estetico, molta della nostra “salvezza” può risiedere nel ricorso alla fantasia più sfrenata e poi articolata in opere d’arte, meglio se fotografiche, che dichiarino l’uso dell’onirico come antidoto, la forza dell’irreale fantastico.

Questo fa Bart Heremann, fotografo belga trapiantato a Milano, dopo anni di modelle e moda, di shoot fotografici e di architetture bellissime: traduce e compone il contenuto del sogno, gli toglie la latenza ed esaudisce il desidero proibito rendendolo pubblico.

E lo fa con un contenuto ironico, che possa essere vissuto e condiviso, lo rende storia da vivere nello stato di veglia.

Questa è la sua filosofia, che coniuga un sorprendente realismo alla finzione e all’illusione. Anche per questo è stato definito fotografo surrealista, definizione che lui non condivide ed ha ragione.

Dice l’artista:

“…Sono convinto che per creare qualcosa di surreale non siano necessari troppi artifici ma che vi si arrivi anche solo realizzando l’infinito, con un cielo o un orizzonte sciolti e lasciati scevri da dettagli superflui…”

Certamente vi è un riferimento al surreale, non nei contenuti, quanto nell’impatto visivo che le opere hanno sullo spettatore, ma, mentre i surrealisti hanno utilizzato la fotografia per spingere la realtà oltre i propri limiti, oggi, grazie all’evoluzione digitale, ciò che può sembrare un’eco surrealista in realtà è un mish-mash di psicologia, eleganza, nuova grammatica della visione, finzione e realtà senza secondi fini o bisogno di autodeterminazione.

Il racconto di questi artisti contemporanei sfugge ad etichette formali, a movimenti: modificare con l’ausilio delle nuove tecnologie sì, ma evitando sterili virtuosismi e ragionamenti di appartenenza.

Un’arte dilatata che compie un servizio alla fantasia soggettiva. Poi arriva la tecnica.

Herreman pesca nel suo immenso archivio; animali, chiese ed esseri umani sono i soggetti più ricorrenti di queste 30 rappresentazioni dell’artista, il cui obiettivo non è quello di creare il normale, bensì l’ironico assurdo. Ammirando le foto si ha la sensazione, alquanto bizzarra, poiché si sta parlando di rappresentazioni fantastiche, di essere trascinati all’interno, come in un vortice, in cui la nostra immaginazione e la nostra fantasia, in quel preciso istante, trovano la più ampia valvola di sfogo. Sono racconti, non foto.

Non resta che venire a trovarci e… tuffarsi in questa pazzia creativa.

Mario Giusti

Foto: Gaia Menchicchi

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