CHIAMATEMI ISMAELE - Alessandro Spadari

Wednesday, March 8, 2017

 

 

“In questo mondo, il peccato che paga può viaggiare liberamente e senza passaporto, mentre la virtù, se è povera, viene fermata a ogni frontiera.”   

Capt. Achab

 

 

Spadari con questa mostra attraversa letteralmente un confine e si lancia in un mondo che è una vera sfida: trattare, ispirarsi e interpretare uno dei libri più importanti della storia, Moby Dick di Herman Melville. E lo fa consapevole di voler entrare in un Olimpo di grandissimi che vi si sono ispirati, da J. Huston a M.Curtiz fino al recente film di Ron Howard. In realtà, anche se da pittore qual è, per Spadari questa è un’avventura di formazione e di trasformazione, dal pensiero all’azione. Esattamente come Ismaele. I suoi estimatori non troveranno le sue classiche navi dipinte ma delle raffigurazioni d’epoca, riprodotte in modo seriale e stampate quasi a raffigurare il distacco tra mezzo che ti trasporta nella vita e la tua direzione del viaggio. I più penseranno ad un omaggio a Wharol, alla sua riproducibilità tecnica ma, allora perché non a suo padre? In realtà stiamo ancora parlando di mezzi e non di contenuto, di ispirazione.

 

E in questo lavoro l’ispirazione conta moltissimo: già con le mostre Petrolio, Viaggio al termine della notte, Appunti di viaggio, Viaggio in Italia, la letteratura aveva potentemente ispirato Spadari, da Cèline al Colonnello Kurtz. Dunque un ritorno o un proseguo della sua pittura intrisa di personaggi e storie di formazione, di panorami con la circonferenza infinita della fantasia. Ma Melville/Ismaele non è solo estro o influenza, piuttosto una sfida: passano gli anni, i figli crescono e la ricerca non finisce mai. Non basta la superficiale scansione psicologica o di critica per spiegare perché la balena bianca sia dentro ognuno di noi ancora oggi.

 

Io credo che sia invece una forma complessa di lettura del reale. Non siamo più capaci di avere il faccia a faccia con la verità, o meglio, con la velocità di mutazione della realtà umana, divenuta ormai una peste invasiva. La balena, in queste opere non si vede quasi mai; una citazione delle lunghe pagine senza la presenza di Achab o della balena che però incombono sul lettore.

C’è un bianco potente in ogni lavoro che attira l’occhio e cattura domande, non è colore è figura: semanticamente il bianco non è solo il colore della purezza e del candore, della spiritualità e dell’idealismo. E’ un colore “a disposizione” e qui è la balena, come ossessione, eroismo romanticismo, è tutto ciò che si è andati finora individuando ed anche ciò che stiamo perdendo.

Comunica una visione costruttiva ma univoca, in cui l’ottimismo stesso privato del suo controcanto gramsciano, il pessimismo della ragione, disegna un paesaggio dalla luce artificialmente invadente, senza ombre né opacità.

Siamo anche noi nella pancia della Balena, come Giona e Pinocchio, lottiamo per uscire dal pantano emotivo della mancanza di idee. Insomma quasi un neo simbolismo che cerchi di trovare delle corrispondenze tra mondo oggettivo e sensazioni soggettive.

Conoscendo Alessandro Spadari penso che la lettura di questa mostra stia nella visione di un Achab non demoniaco ma paladino della lotta contro il Male che fatalmente e pessimisticamente si trovi costretto a cedere ad esso, rimanendo un solitario, e trovi, viceversa, la spinta ad osare e sfidare l’ignavia di oggi in modo prepotente. Una mostra quasi dai caratteri gotici, fantastici, allucinati, una intrigante cavalcata simbolica attraverso molteplici strutture di senso differenti. Quasi un pittore legato alle tematiche del romanticismo.

 

“Per raggiungere il suo obiettivo Achab doveva servirsi di strumenti; e di tutti gli strumenti in uso all’ombra della luna, gli uomini sono i più soggetti a guastarsi.”

Ismaele

 

 

 

 

 

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